P.S. : Come moltissimi poeti e scrittori in sardo, ultimamente, mi sono adeguato alle nuove regole che ha proposto la commissione regionale per “ Sa limba sarda comuna “ anche, se per la verità, non è che io sia tanto d’ accordo. Ma ritengo comunque giusto seguire le regole degli studiosi in materia. Fra le più usate eccone alcune:
Abolizione delle doppie nelle consonanti:- C-F-G-P-T.
( per Remundu Piras, anche le consonanti: B e V.)
L’ abolizione della lettera H davanti a tutti i verbi Avere, cosi come
l’abolizione sempre della lettera muta H dopo le consonanti cacuminali DD e dopo le consonanti composte ND e per la particella pronominale NDE. Altra regola, ma qua ci sono molte discordanze, l’ aggiunta della consonante T, nelle terze persone plurali dei verbi.
Quindi ricapitolando, in sintesi, solo queste poche regole, che sono le più usate, abbiamo:


Deo apo
e non.  Deo happo,
oppure
totu e non tottu,
quindi:
caddu e non caddhu,
nudda e non nuddha,
andende e non andhendhe;
oppure: a
nde rùere e non a ndhe rùere
e poi: issos
andant e non issos andan.

Ci sono ovviamente tantissimi altri aggiornamenti, ma non è questo il motivo per cui io chiedo la vostra attenzione, e c’è  anche da aggiungere che scrivendo in un modo o nell’altro, sempre giusto è. Infatti, è vero si che, come dicevo sopra, mi sto anch’ io adeguando a molte regole di cui sopra,ma le poesie che avevo gia scritto in  precedenza, non le correggo affatto.  Io vi propongo altresì, la lettura di alcune mie poesie e in special modo di quelle premiate in vari concorsi letterari.
Se poi darò ascolto a molti miei amici estimatori, forse raccoglierò tutte le altre, che qui per ovvi motivi non troverete, in un libro.


Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione e Buona lettura.

                                                                                    
Romanu Adriani Lay                                                                                                                                                                                                                  
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Romano Salvatore Adriani, firma le sue poesie: Romanu Adriani Lay; Lai per due motivi: il primo perché Lay è il cognome della moglie Caterina, il secondo perché  “ lai “   significava anticamente  lamenti poetici e nel medio evo era sinonimo di canto e  anche di melodia.  Nasce a Pisa il 24 Luglio 1939, pur essendo Sardo doc, la madre, Francesca Salaris era di Ittiri, cosi pure il padre Antonio, ma questi era carabiniere e svolgeva il servizio a Pisa. Quando il padre va in pensione, nel 1950, la famiglia torna al paese d’origine e continua gli studi a Sassari,( allora
le scuole medie ancora a Ittiri non c’ erano). Ha la fortuna di avere come
professore di lettere, un grande scrittore e poeta, Filippo Addis di Luras, che gli
contagia la passione della poesia. Ma studiare allora era un lusso che non tutti
si potevano permettere, e per non essere di peso ai familiari, seppur con rammarico
e contro la loro volontà, opta per un lavoro. Dopo tanta pratica e teoria e continui
aggiornamenti diventa Elettrauto e sino alla pensione  lavora nella sua officina.
Sin da ragazzo  collabora nella politica, eletto negli anni ottanta per due volte
consigliere comunale a Ittiri.  Per una quindicina d’ anni è membro storico
della pro-loco.  Con un gruppo di appassionati, nei primi anni settanta, è  fautore
della rinascita della attuale Banda musicale e ne è  stato il primo presidente.
La sua prima poesia in dialetto logudorese la scrive a Roma nel 1961, mentre
presta il servizio militare alla Cecchignola.  Succede che durante una visita al
Verano, il famoso cimitero di Roma che ospita personaggi  famosi, scopre che
vi è sepolto anche uno dei Poeti più amati della Sardegna:- Antoni Cubeddu-
morto appunto a Roma nel 1955. E’ tanta la commozione, che la sera stessa,mentre
é di piantone nelle camerate, gli viene spontanea una sfilza di versetti e compone
una poesia alla memoria del famoso Poeta, intitolandola con immensa
commozione : “Ti pedo iscùgia”. Poi negli anni che seguono non ha più tempo da offrire alla sua amata poesia, dedicandosi a tempo pieno alla sua famiglia, al lavoro ed agli aggiornamenti professionali che il suo lavoro richiede. Ma una volta in pensione, si  dedica a tempo pieno allo studio della grammatica e della lingua sarda. Predilige infatti scrivere le sue poesie in dialetto schiettamente Logudorese.  Nei suoi versetti non troveremo mai parole sarde “italianizzate”, come purtroppo adesso è in uso. Ama parlare l’ ittirese e se ne vanta. Ma nelle sue composizioni poetiche utilizza gli stessi vocaboli che esprimevano gli antichi poeti e scrittori sardi.
Tant’è che leggendo i suoi scritti, ci possono tornare alla mente  parole ormai in disuso, e fa piacere a tutti scoprire che il sardo originale è quello, ed è importante non dimenticarlo. A conferma di questo, partecipando con le sue composizioni  ai
vari concorsi letterari di poesie in lingua sarda, si fa apprezzare,
ricevendo negli ultimi anni, premi, in varie località della Sardegna.
Musica - KANDELERA di MARINO DE ROSAS